
Esiste qualcosa che chiamiamo «anima» e che possiamo distinguere dal corpo? E che gli sopravviverà dopo la morte? Tema antico quanto l’uomo e criterio determinante per una concezione che voglia dirsi religiosa.
Einstein, nonostante qualcuno l’abbia messo in dubbio, criticava l’idea dell’immortalità dell’anima. Lo attestano i testi seguenti:

L’anima e il corpo non sono due cose diverse, ma solo due modi diversi di percepire la stessa cosa. In modo analogo, la fisica e la psicologia rappresentano solo due tentativi diversi di unificare le nostre esperienze mediante il pensiero sistematico (aforisma scritto nel 1937 quando si trovava a Huntington, New York.).
Non credo nell’immortalità dell’individuo e considero che l’etica sia un interesse esclusivamente umano che non deriva da alcuna autorità sovrannaturale. (dagli appunti scritti su una lettera inviatagli il 17 luglio 1953).
Non ho mai attribuito alla natura una intenzione o un fine o qualsiasi altra cosa che si potesse interpretare in senso antropomorfico. Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo. (dalla prima stesura in tedesco della risposta ad una lettera del 1954 o 1955; citato in Pensieri di un uomo curioso).
Dato che le nostre esperienze interiori consistono nel riprodurre e combinare le impressioni sensoriali, il concetto dell’anima senza il corpo mi pare del tutto senza significato. (lettera di risposta a una signora viennese che gli aveva posto delle domande in merito all’esistenza dell’anima e alla possibilità di un’evoluzione personale e individuale dopo la morte, 5 febbraio 1921; Archivio Einstein 43-847; citato in Pensieri di un uomo curioso, pp. 109-110.).
Occorre aggiungere che recentemente la meccanica quantistica ha formulato delle ipotesi (in particolare con Roger Penrose) in base alle quali la coscienza potrebbe essere il risultato di fenomeni che avrebbero luogo nei microtubuli dei neuroni. Tale teoria permetterebbe anche di unificare la meccanica quantistica e la teoria della relatività.

Molto tempo prima, nella parte conclusiva dello Zibaldone (Zib.4277), Leopardi aveva espresso un’opinione molto simile (e naturalmente non risulta che Einstein avesse tra le sue letture preferite le opere del recanatese). Ancora una volta una coincidenza singolare tra i due geni. Il testo è lungo, ma è un’argomentazione perfetta e perderebbe molto in caso di sintesi o di citazione parziale. Si noti anche l’affinità del ragionamento leopardiano, soprattutto all’inizio, con i Sepolcri di Ugo Foscolo:
Allegano in favore della immortalità dell’animo il consenso degli uomini. A me par di potere allegare questo medesimo consenso in contrario, e con tanto piú di ragione, quanto che il sentimento ch’io sono per dire, è un effetto della sola natura, e non di opinioni e di raziocinii o di tradizioni; o vogliamo dire, è un puro sentimento e non è un’opinione. Se l’uomo è immortale, perché i morti si piangono? Tutti sono spinti dalla natura a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se stessi, ma al morto; in nessun pianto ha men luogo l’egoismo che in questo. Coloro medesimi che dalla morte di alcuno ricevono qualche grandissimo danno, se non hanno altra cagione che questa di dolersi di quella morte, non piangono; se piangono, non pensano, non si ricordano punto di questo danno, mentre dura il lor pianto. Noi c’inteneriamo veramente sopra gli estinti. Noi naturalmente, e senza ragionare; avanti il ragionamento, e mal grado della ragione; gli stimiamo infelici, gli abbiamo per compassionevoli, tenghiamo per misero il loro caso, e la morte per una sciagura. Cosí gli antichi; presso i quali si teneva al tutto inumano il dir male dei morti, e l’offendere la memoria loro; e prescrivevano i saggi che i morti e gl’infelici non s’ingiuriassero, congiungendo i miseri e i morti come somiglianti: cosí i moderni; cosí tutti gli uomini: cosí sempre fu e sempre sarà. Ma perché aver compassione ai morti, perché stimarli infelici, se gli animi sono immortali? Chi piange un morto non è mosso già dal pensiero che questi si trovi in luogo e in istato di punizione: in tal caso non potrebbe piangerlo: l’odierebbe, perché lo stimerebbe reo. Almeno quel dolore sarebbe misto di orrore e di avversione: e ciascun sa per esperienza che il dolor che si prova per morti, non è né misto di orrore o avversione, né proveniente da tal causa, né di tal genere in modo alcuno. Da che vien dunque la compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento intimo, e senza ragionare, che essi abbiano perduto la vita e l’essere; le quali cose, pur senza ragionare, e in dispetto della ragione, da noi si tengono naturalmente per un bene; e la qual perdita, per un male? Dunque noi non crediamo naturalmente all’immortalità dell’animo; anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e non vivi; e che colui ch’è morto, non sia piú.
Ma se crediamo questo, perché lo piangiamo? che compassione può cadere sopra uno che non è piú? – Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perché ha cessato di vivere, perché ora non vive e non è. Ci duole, non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli abbia sofferta quest’ultima e irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della vita e dell’essere. Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra compassione e del nostro pianto; Quanto è al presente, noi piangiamo la sua memoria, non lui.
In verità se noi vorremo accuratamente esaminare quello che noi proviamo, quel che passa nell’animo nostro, in occasion della morte di qualche nostro caro; troveremo che il pensiero che principalmente ci commuove, è questo: egli è stato, egli non è piú, io non lo vedrò piú. E qui ricorriamo colla mente le cose, le azioni, le abitudini, che sono passate tra il morto e noi; e il dir tra noi stessi: queste cose sono passate; non saranno mai piú; ci fa piangere. Nel qual pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non piccola, un ritorno sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità (non però egoistico), che ci attrista dolcemente e c’intenerisce. Dal qual sentimento proviene quel ch’io ho notato altrove; che il cuor ci si stringe ogni volta che, anche di cose o persone indifferentissime per noi, noi pensiamo: questa è l’ultima volta: ciò non avrà luogo mai piú: io non lo vedrò piú mai: o vero: questo è passato per sempre. Di modo che nel dolore che si prova per morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla rimembranza e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana. Pensiero veramente non troppo simile né analogo né concorde a quello della nostra immortalità.
Alla quale noi siamo cosí alieni dal pensar punto in cotali occasioni, che se noi dicessimo allora a noi stessi: io rivedrò però questo tale dopo la mia morte: io non sono sicuro che tutto sia finito tra noi, e di non rivederlo mai piú: e se noi non potessimo nel nostro pianto usare e tener fermo quel mai piú; noi non piangeremmo mai per morti. Ma venga pure innanzi chi che si voglia e mi dica sinceramente se gli è mai, pur una sola volta, accaduto di sentirsi consolare da siffatto pensiero e dall’aspettativa di rivedere una volta il suo caro defonto: che pur ragionevolmente, poste le opinioni che abbiamo della immortalità dell’uomo, e dello stato suo dopo morte, sarebbe il primo pensiero che in tali casi ci si dovrebbe offrire alla mente. Ma in fatti, come dal fin qui detto apparisce, quali si sieno le nostre opinioni, la natura e il sentimento in simili occasioni ci portano senza nostro consenso o sconsenso a giudicare e tenere per dato, che il morto sia spento e passato del tutto e per sempre.
Concludo che per quanto permette la infinita diversità ed assurdità dei giudizi, dei pregiudizi, delle opinioni, delle congetture, dei dogmi, dei sogni degli uomini intorno alla morte; noi possiamo trovare, massime se interroghiamo la pura e semplice natura, che essi in sostanza, e nel fondo del loro cuore, piuttosto consentono in credere la estinzione totale dell’uomo, che la immortalità dell’animo: senza che, nella detta diversità ed assurdità, io pretenda che tal consentimento sia di gran peso (Recanati, 9 aprile, lunedí Santo, 1827).
https://it.wikisource.org/wiki/Pensieri_di_varia_filosofia_e_di_bella_letteratura/4277

[…] «Spazio assoluto, addio», saggio in due parti, seguito dalle citazioni commentate di Einstein e Leopardi (i tre articoli di «Due geni a confronto», che su FB hanno suscitato la reazione violenta di qualche esponente del rimontante clerico-fascismo): SPAZIO ASSOLUTO, ADDIO. CONSIGLI DI LETTURA E CONSIDERAZIONI SPARSE DI FISICA E FILOSOFIA, PARTE PRIMA (di Vittorio Panicara). / SPAZIO ASSOLUTO, ADDIO. CONSIGLI DI LETTURA E CONSIDERAZIONI SPARSE DI FISICA E FILOSOFIA, PARTE SECONDA (di Vittorio Panicara). / Due geni a confronto: Einstein e Leopardi, e il problema dell’esistenza di Dio / Due geni a confronto: Einstein e Leopardi, e il problema dell’immortalità dell’anima. […]
"Mi piace""Mi piace"