FERMARE L’OROLOGIO? (Carlo Levi e «L’orologio», recensione di Vittorio Panicara)

In Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi, in fondo, era rimasto nel vago per quanto riguardava il problema dello Stato e del rinnovamento socio-culturale. Inoltre, mancandogli l’esperienza storica della Resistenza (il Cristo è del 1945), non poteva avere l’esempio di un approdo concreto alla sua ricerca. Nel 1950 L’Orologio continuò e sviluppò il suo discorso nella direzione e nella prospettiva aperte dal romanzo precedente.

 

Meno noto del primo libro, L’Orologio è difficilmente classificabile, tanto che la prima volta venne pubblicato da Einaudi tra i «Saggi»; eppure si tratta di una narrazione piana e dettagliata, a volte con tratti cronachistici, di tre giorni e tre notti del dicembre 1945, durante i quali ha fine l’esperienza del governo di Ferruccio Parri e con esso tramontano tante esperienze e illusioni legate alla Resistenza. Il racconto in prima persona, con le osservazioni e le riflessioni del narratore, avvalora la sensazione del romanzo auto-biografico a sfondo sociale e politico. L’inizio e la conclusione del libro includono la rottura definitiva di un orologio e il dono di un nuovo orologio. I fatti narrati vanno dal sogno premonitore del protagonista alla visita al Lotto 42 della Garbatella a Roma, dal discorso di Parri all’abbaiare furioso del cane vicino al suo padrone morto nell’androne in cui abita il protagonista, fino al viaggio a Napoli, e sembrano caratterizzare in senso realistico il racconto.

Eppure, il romanzo rifiuta l’etichetta di racconto verista e di cronaca storica. Le vicende del protagonista, in realtà, paiono quasi slegate fra loro e non sembra esserci tra di esse un nesso logico del tutto convincente. I personaggi, di per sé un po’ fittizi, prendono risalto dai significati della vicenda. Sbaglierebbe tuttavia, come già accennato, chi vedesse nel racconto la cronaca realistica di fatti storici da ricordare a memoria futura; non che Levi non si sia riproposto anche di lasciarci una testimonianza storica, ma il suo intento, fin dall’inizio, è di calare il lettore in una realtà trasognata, quasi irreale, in cui l’orologio assume il carattere di un emblema, quello di una civiltà fondata sul ritmo del tempo storico e sulla retorica del progresso. Ma se è vero che nella narrazione i fatti hanno il carattere della casualità, ciò che conta è il modo narrativo: Levi ricorre a un artificio raro, quello della costanza della velocità narrativa. Sono pressoché assenti, cioè, salti temporali veri e propri e la narrazione segue passo passo lo scorrere del tempo della storia narrata, con regolarità quasi perfetta, che disorienta il lettore abituato alle consuete «altalene» temporali del racconto, ma che gli fa vivere la vicenda in contemporanea (al ritmo di un orologio, appunto). Le riflessioni del protagonista sul problema del tempo vengono così presentate in una sorta di tempo reale, che favorisce l’immedesimazione del lettore. Le stesse vicende e, soprattutto, le cose dette, acquistano allora un rilievo particolare, psicologico, realistico e mitico insieme. Ed è di grande significato la discussione sotto il Traforo tra Carmine Bianco, Andrea Valenti (che è qui portavoce dell’autore) e il protagonista, quando viene spiegata dal Valenti la differenza tra Luigini (con riferimento diretto al Cristo) e Contadini. Questi ultimi sono portatori di una sensibilità originaria e di un’arte che può dirsi autenticamente popolare; i Luigini, al contrario, hanno assunto il compromesso come regola di vita e di comportamento e sono la sintesi della meschinità piccolo-borghese (il personaggio si riferisce qui agli impiegati ministeriali, che avevano accolto con favore il passaggio dei poteri a De Gasperi e alla Democrazia Cristiana). Più in generale, al di là di una qualsiasi connotazione storicistica e sociale, Levi afferma con chiarezza che in ognuno di noi esistono sia la tendenza «contadina» che la componente «luigina»; quest’ultima va ricollegata alla razionalità della Storia e all’asservimento al senso meccanico del tempo (l’orologio). La libertà creatrice della civiltà contadina viene a identificarsi, invece, con la vitalità espressa dai rivolgimenti della Resistenza, che in quel particolare momento storico viene tradita con la caduta del governo Parri. Il discorso filosofico sul tempo si ricollega in tal modo alla problematica della Liberazione e dei suoi ideali, passando per il rinnovamento delle coscienze, purtroppo lasciato a metà.

 

La densità del libro, tra i migliori di Levi, come ebbe anche a dire Calvino, meriterebbe un’analisi più attenta e meticolosa. E c’è da aggiungere che qui Levi dà una prova quanto mai convincente, con momenti di impressionante efficacia narrativa (si leggano le pagine iniziali, o la descrizione del Lotto 42). Ma è soprattutto inquietante l’attualità del messaggio de L’Orologio: l’abbandono degli ideali e del modo di rappresentare la realtà di quel momento storico hanno comportato la perdita di un’identità culturale e civile difficilmente ritrovabile. Il momento attuale di decadenza è così chiarito nelle sue cause, senza che, però, si possa intravedere una soluzione valida per il presente. La proposta di Levi, a questo riguardo, non può non essere datata, determinata com’era dagli entusiasmi del dopoguerra, ma sembra parlare a noi del XXI secolo. Chi potrebbe oggi, in effetti, fermare l’orologio?

 

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